Ennio Ripamonti
Intervista a Ennio Ripamonti - DEASS
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In questa intervista Ennio Ripamonti, docente professionista SUPSI, esplora il tema della partecipazione attiva, descrivendola come un processo graduale articolato in diversi livelli: informare, consultare, decidere e agire insieme, sostenere. Sottolinea l’importanza di una promessa chiara ai cittadini riguardo al loro ruolo nel processo decisionale e la coerenza tra strumenti usati e obiettivi. Affronta inoltre il conflitto come parte fisiologica della partecipazione, da gestire con strategie orientate alla mediazione e alla collaborazione.
Il contesto della contemporaneità è caratterizzato da profondi e talvolta repentini mutamenti nelle forme di socialità e di interscambio tra soggetti e/o gruppi sociali, connesse alle forme di aggregazione lavorativa, urbana, familiare, amicale, politica, comunitaria e così via. Come ricorda il prof. Ripamonti nel suo volume “Collaborare. Metodi partecipativi per il sociale” [1], «le profonde trasformazioni che stanno investendo i sistemi di welfare chiamano in causa in maniera sempre più rilevante la capacità di attivare processi di tipo partecipativo e collaborativo» (p. 11). Nonostante (o proprio per) i molteplici richiami a queste dimensioni, tanto nelle indicazioni formali quanto nei discorsi di senso comune, come ricorda l’autore si tratta molto spesso di un processo che ne sottolinea «l’assenza (o quanto meno la rarefazione) piuttosto che la realizzazione» (ibidem). I concetti di “collaborazione” e di “partecipazione” (al quale viene associato quello di “comunità”), più che delle formule retoriche idealizzate, devono quindi diventare oggetto di attenzione critica al fine di poterli declinare in modo funzionale tanto a livello delle politiche sociali istituzionali, quanto in quello delle prassi progettuali del lavoro socioeducativo. Al fine di riflettere attorno a questi temi, abbiamo avuto il piacere di porre qualche domanda all’autore del volume citato, il Prof. Ennio Ripamonti, docente professionista nell’ambito della Formazione di base e della Formazione continua presso il DEASS SUPSI, il quale vanta una lunga esperienza come operatore sociale e nell’attività di consulenza e progettazione tramite l’organizzazione Metodi Asscom & Aleph di Milano (www.retemetodi.it)
Prof. Ripamonti, la partecipazione e la collaborazione e sono due concetti cardine della sua attività educativa e di consulenza, così come del suo lavoro accademico e di ricerca. Che significati dà a queste due parole nel quadro dell’intervento sociale? E qual è la loro importanza?
Per quanto mi riguarda penso si tratti di due processi decisivi, sia sul versante politico-culturale (democrazia) che su quello tecnico-metodologico (empowerment). Penso alla partecipazione come a quel processo multiforme in cui diversi soggetti prendono parte attivamente alle decisioni delle istituzioni, nei programmi e negli ambienti che li riguardano. Prendere parte in maniera attiva a situazioni di carattere pubblico produce un’espansione del campo relazionale del singolo attraverso l’esperienza del dialogo e della discussione con gli altri. Attraverso la partecipazione si possono aprire spazi d’interattività orientati alla costruzione di mondi possibili non (ancora) pensati dalle persone coinvolte nell’esperienza: partecipando si può generare. Una vasta letteratura internazionale ha dimostrato che la costruzione partecipata di policy e programmi sociali e educativi offre diversi vantaggi rispetto alla qualità delle decisioni e allo sviluppo di competenze civiche. Le decisioni sono più attuabili, legittime e sostenibili e meno soggette a contestazioni poiché tengono conto delle esigenze e degli interessi di tutte le parti interessate. Progettare in modo autenticamente partecipato, inoltre, contribuisce ad aumentare il grado di trasparenza, responsività, responsabilità, equità ed efficienza delle azioni. L’importanza di questo fenomeno per la salute di una democrazia e il benessere dei suoi cittadini è reso evidente anche dalla scelta di un importante Istituto si ricerca come ISTAT di inserirlo come un nuovo indicatore di misurazione del Benessere equo e solidale della società italiana [2]. Una partecipazione autentica ed efficace dipende da una serie di fattori che sono stati oggetto di attenzione e ricerca da parte di studiosi, professionisti e attivisti nel corso dei decenni. A questo proposito sono stati sviluppati diversi modelli teorico-metodologici. Inquadrare in modo chiaro i processi partecipativi è fondamentale per comprenderne il senso e il valore in relazione alle finalità di un progetto sociale o educativo. Se ripenso ai servizi, ai programmi e ai progetti sociali e socioeducativi che ho conosciuto nella mia vita professionale i più interessanti, efficaci e innovativi vedevano un elevato livello di partecipazione delle persone a cui erano rivolti, già in fase di ideazione e non solo di realizzazione. Ma l’incremento dei processi partecipativi ha bisogno di essere accompagnato da un aumento delle competenze collaborative. Le ragioni sono diverse e in larga parte riconducibili alle profonde trasformazioni sociali e culturali che hanno interessato le nostre società negli ultimi decenni. Viviamo, infatti, in contesti altamente frammentati, individualizzati e competitivi. Per questo motivo agli approcci individualisti alle questioni sociali, anche nella loro versione più vitale fatta di entusiasmo e abnegazione, si mostrano sempre più inadeguati ad affrontare i problemi contemporanei. Ci riferiamo a un fenomeno riscontrabile sia sul piano personale (l’azione isolata del singolo operatore) sia sul piano organizzativo (l’azione isolata e scollegata di molti attori sociali). D’altro canto, viviamo un’epoca in cui l’eccesso di auto-referenzialità ci consegna un paesaggio culturale dove s’intravvedono a fatica valori condivisi e dove l’enfasi dell’interesse privato e particolare rischia di creare profondi squilibri. Di conseguenza, occuparsi di collaborazione sociale diventa perciò una scelta etica, prima ancora che un’opzione metodologica. La partecipazione ha bisogno di una strategia collaborativa per fare la differenza.
A suo avviso, come si inserisce il tema della collaborazione in un quadro che vede da un lato il ridimensionamento del welfare state e della crisi e della delegittimazione delle istituzioni pubbliche, e dall’altro delle spinte a delle forme di individualismo competitivo?
Da questo punto di vista possiamo osservare fenomeni contrastanti e, per certi versi, contraddittori. Se da un lato molti sistemi di welfare europei sono sotto pressione per via per loro costo e della loro efficacia, dall’altra parte con l’irruzione dell’epidemia da Covid-19 il settore pubblico ha conosciuto una rinnovata centralità e protagonismo, basti pensare al forte investimento del programma Next Generation Eu dell’Unione Europea. In un recente saggio dal titolo Who’s afraid of the welfare state now? si sostiene, ad esempio, che negli scorsi anni è cresciuta la consapevolezza di quanto sistemi di protezione sociale robusti e ben disegnati svolgano un ruolo fondamentale per la costruzione di società coese ed economie solide [3]. Dopo una lunga stagione segnata dalla critica neoliberista al welfare pubblico si è cominciato a registrare un segnale di controtendenza, a partire dalla proclamazione del Pilastro europeo dei diritti sociali (2017), un’iniziativa tesa a ridurre le disuguaglianze e rafforzare l’inclusione all’interno dell’Unione Europea. L’importanza dei sistemi di protezione sociale per la salute e il benessere dei cittadini è diventata ancora più evidente nello scenario pandemico e post-pandemico. Detto questo, è del tutto evidente i sistemi di welfare più avanzati non possono più fare leva sul solo protagonismo del pubblico è altrettanto vero che non possono risolversi in un “ballo a due” fra Stato e Terzo Settore (fondazioni, cooperative, imprese sociali). È indubbio che il miglior terzo settore sia un formidabile incubatore di intelligenze, idee e progettualità innovative, oltre che un affidabile gestore di servizi. Le realtà più interessanti di questo mondo riescono a coniugare la qualità degli interventi individuali (servizi alla persona) con la capacità di generare legami sociali, contribuendo in tal modo a «fare comunità». Oltre al binomio Stato-Terzo Settore vanno perciò considerati i contributi che provengono dal variegato universo dell’impegno sociale diffuso e delle imprese. Nella nostra esperienza di lavoro sociale territoriale capita sempre più frequentemente di incontrare interlocutori inediti: dall’azienda agrituristica all’artigiano del quartiere, dalla filiale di una catena della grande distribuzione alla piccola pizzeria di paese, dallo studio professionale all’istituto di credito, dalla start up tecnologica al negozio di prossimità. Va inoltre considerato quell’universo variegato di attivismo e impegno civico, fatto di singoli cittadini, gruppi o associazioni: insegnanti-volontari, sacerdoti, animatori, anziani attivi, genitori, compagnie teatrali, giovani professionisti, collettivi studenteschi o artistici, allenatori, ecoattivisti, sindacalisti e altro ancora. L’universo stesso dell’impegno solidaristico è caratterizzato da significative trasformazioni, con l’emergere di forme di volontariato episodico, intermittente e informale, non riconducibile a precise affiliazioni e appartenenze organizzative. Agli operatori sociali del XXI° secolo viene chiesto di connettere e coordinare questa pluralità di attori e di energie vitali.
Quali sono, secondo lei, le principali metodologie volte a promuovere processi di partecipazione? E, quando quest’ultima di esprime in forma conflittuale, quali sono gli approcci e i posizionamenti che può assumere il lavoro sociale?
L’interesse per la partecipazione ha contribuito a produrre una vasta e diversificata serie di metodologie e tecniche. Basta fare una ricerca sul web e si resta colpiti dalla ricchezza di siti, libri, manuali e articoli dedicati al tema. La partecipazione è un processo incrementale che si articola ad almeno cinque livelli di intensità: informare, consultare, decidere insieme, agire insieme, sostenere l’azione altrui. Ad ognuno di questi livelli troviamo numerosi strumenti utili ad accompagnare il processo, in termini di circolazione delle informazioni, raccolta di opinioni, facilitazione del dialogo e della presa di decisione, problem solving cooperativo e consulenza e supporto ai gruppi attivi. Ma per utilizzare al meglio le metodologie è chiarire i fondamentali. Al centro di ogni processo di partecipazione c’è una “promessa” nei confronti delle persone. La promessa rappresenta ciò che i cittadini possono aspettarsi da chi promuove il processo in termini di accesso, informazione e influenza decisionale. Nella nostra esperienza tre semplici regole possono aiutare a partire con il piede giusto: 1) prometti solo ciò che puoi mantenere 2) mantieni ciò che hai promesso 3) comunica ciò che proponi in modo chiaro. Detto in altri termini: è importante che la metodologia scelta sia coerente con il livello di partecipazione (e quindi di potere) che si vuole (o si può) realmente praticare.
All’interno di questa prospettiva il conflitto (di idee, opinioni, ruoli, intenzioni, aspettative) rappresenta un fenomeno fisiologico, una energia vitale da trasformare. Ovviamente le situazioni sono molte e diverse ma, nella nostra esperienza, un approccio efficace ai conflitti è possibile e solo in rari casi le situazioni degenerano in scontro aperto. Un approccio che si articola in alcuni principi-guida quali: espandere l’area di condivisibilità (mettere a fuoco convergenze e convenienze); ridurre lo scontro (legittimando la diversità di posizioni); far capire i bisogni di tutti (ricercando una mediazione che include); raffreddare le escalation (interrompere la spirale del conflitto per poter rielaborare le emozioni con maggiore razionalità); concentrarsi sulle questioni più facili (rinviando i temi più controversi in base alla maturazione di un clima di maggiore fiducia). In molti casi la collaborazione è la naturale evoluzione di una dinamica di consenso, una sua amplificazione, mentre in altri è il frutto di una trasformazione del dissenso e del conflitto. Accompagnare positivamente queste trasformazioni è un tema che chiama in causa il lavoro sociale contemporaneo.
[1] Ripamonti E. (2018), Collaborare. Metodi partecipativi per il sociale. Nuova edizione, Carocci, Roma.
[2] ISTAT, Rapporto BES 2022, p. 138.
[3] Hemerijck A., Matsaganis M. (2024), Who's Afraid of the Welfare State Now?, Oxford University Press.
[2] ISTAT, Rapporto BES 2022, p. 138.
[3] Hemerijck A., Matsaganis M. (2024), Who's Afraid of the Welfare State Now?, Oxford University Press.
intervista a cura di Simone Romeo, docente professionista