Tre famiglie fra le tante - DEASS
- Formazione continua
- Panoramica
- Lavoro sociale
- Tre famiglie fra le tante
SUPSI Image Focus
Tre romanzi che esplorano la complessità familiare. "Niente di vero" racconta, con ironia tagliente, una formazione segnata da nevrosi e ricerca di sé. "Le correzioni" mostra una famiglia americana in crisi, tra attese e fallimenti. "Cent’anni di solitudine" rivela come le storie familiari riflettano la Storia e i fragili equilibri che la sorreggono.
Il primo libro, che genera grandi risate e altrettanti pensieri in chi legge, è “Niente di Vero” di Veronica Raimo. Si tratta di una riscrittura originale di un romanzo di formazione (nello specifico, la propria), seguendo un ordine non lineare tra gli eventi della vita. La famiglia della protagonista risulta un complesso distillato (di nevrosi, si potrebbe affermare) che la costringe a doversi reinventare per sfuggire alle aspettative, alle ansie e alle ossessioni. Si ha così uno sbocco ironico, tagliente, dove l’individuazione di sé segue un percorso complesso, in cui la scrittura rappresenta un modo per fare i conti con il vero da parte di chi porta questo lemma nel proprio nome, permettendosi dunque di giocare tra realtà e finzione, tra eventi vissuti e rielaborazioni che diventano, come accade in ogni biografia, accadimenti in sé. Un romanzo ironico e tagliente, che rifiuta l’autocommiserazione e i ruoli familiari stereotipati in letteratura, mettendo in questione la natura relazionale dei legami familiari sanciti per consanguineità. Per chi legge, come in ogni romanzo “familiare”, è possibile specchiarsi in una famiglia altrui, nell’educazione e negli apprendimenti che essa genera, riflettendo sugli esiti formativi delle dinamiche relazionali e sulla messa in discussione degli stessi attraverso l’affermazione di sé. Una storia di vite d’uscita mai compiute, all’interno del cui vagare si possono scoprire tratti di sé nel rifiuto dell’appartenenza (come scriveva Montale, in una poesia uscita un secolo prima del libro, “Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”).
Il secondo libro, descrivibile come un’atipica saga familiare, è “Le correzioni” di Jonathan Franzen. Si tratta di un romanzo eminentemente familiare che affronta – intrecciando le storie dei genitori e della prole, composta da due fratelli e da una sorella – il ripetersi/non ripetersi della riunione familiare per il pranzo di Natale. Incontriamo i Lambert nell’anno in cui Enid, la madre, vuole riunire tutti i figli forse per l’ultima volta, poiché il marito Alfred sta sviluppando sempre più i sintomi del Parkinson, senza però riuscire ad accettarli. È un romanzo che scorre come un fiume in piena, dove abbondano riflessioni esistenziali che definiscono uno spaccato incredibilmente potente della crisi incipiente negli Stati Uniti post anni Ottanta, restituendo un ordine simbolico “unitario” e conformante che si sta sfaldando. Le biografie dei singoli, infatti, sono un condensato di tematiche sociali, spesso di nevrosi che esitano dalle contraddizioni individuali e collettive degli Stati Uniti che stanno cambiando e che, al tempo stesso, anelano ripetersi per come sono. La correzione familiare e la correzione sociale entrano in conflitto o si alleano: quanto bisogna correggersi per soddisfare le aspettative familiari? Quanto per adempiere ai canoni di successo della società americana? Quanto è possibile correggere gli eventi della vita, e quanto sono essi a correggere i soggetti che li attraversano? Si tratta di domande, queste ultime, di fondamentale importanza per coloro che sono attivi in ambito socioeducativo, e che vanno affrontare con la dovuta laicità al fine di comprendere come l’educazione (familiare, sociale e informale) si dipana nelle storie di vita.
Si può parlare di romanzi familiari senza citare “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez? Difficile. Come altrettanto difficile è scriverne senza incappare in banalità e sintesi ingenerose. Per chi non l’avesse letto, o per chi volesse rileggerlo, due modesti spunti di riflessione educativa. Il primo: le storie delle famiglie sono lo specchio della Storia. Le relazioni tra i e le componenti sono incomprensibili se non vengono collocate nel contesto sociale in cui avvengono, all’interno dei cambiamenti culturali e politici che le circondano, nell’organizzazione del lavoro e dell’irrompere della modernità e della sua tecnologia (come può essere l’arrivo della ferrovia). È un esercizio, questo, che nell’epoca contemporanea è diventato spesso residuale, poiché la centratura sull’individuo o sulla micro-collettività familiare – le cui scelte sono interpretate in modo avulso dalla realtà sociale – ha ristretto le possibilità dello sguardo e del dialogo tra i micro-meso e macrocontesti. Il secondo spunto riguarda il tema dell’equilibrio familiare: nel romanzo di Márquez questo equilibrio è narrato in modo eccezionale, perché mostra come esso si componga di soggetti che potremmo definire portanti, in grado di sorreggerlo (è il caso in particolare dei personaggi femminili, di cui una in particolare, che i lettori e le lettrici facilmente individueranno, ha un ruolo decisivo), ed elementi che continuano a generare instabilità e successivi riassetti. Si tratta di un libro che offre la possibilità di osservare i sistemi familiari con una complessità talmente articolata da risultare financo abbagliante, invitando chi lavora in ambito educativo – e, volente o nolente, incontra le famiglie e dalla famiglia in un tempo e in un luogo è stato modellato/a – a ricercare le giuste lenti oscuranti, al fine di riuscire ad avere una visione sufficientemente chiara dell’insieme delle relazioni.
Il secondo libro, descrivibile come un’atipica saga familiare, è “Le correzioni” di Jonathan Franzen. Si tratta di un romanzo eminentemente familiare che affronta – intrecciando le storie dei genitori e della prole, composta da due fratelli e da una sorella – il ripetersi/non ripetersi della riunione familiare per il pranzo di Natale. Incontriamo i Lambert nell’anno in cui Enid, la madre, vuole riunire tutti i figli forse per l’ultima volta, poiché il marito Alfred sta sviluppando sempre più i sintomi del Parkinson, senza però riuscire ad accettarli. È un romanzo che scorre come un fiume in piena, dove abbondano riflessioni esistenziali che definiscono uno spaccato incredibilmente potente della crisi incipiente negli Stati Uniti post anni Ottanta, restituendo un ordine simbolico “unitario” e conformante che si sta sfaldando. Le biografie dei singoli, infatti, sono un condensato di tematiche sociali, spesso di nevrosi che esitano dalle contraddizioni individuali e collettive degli Stati Uniti che stanno cambiando e che, al tempo stesso, anelano ripetersi per come sono. La correzione familiare e la correzione sociale entrano in conflitto o si alleano: quanto bisogna correggersi per soddisfare le aspettative familiari? Quanto per adempiere ai canoni di successo della società americana? Quanto è possibile correggere gli eventi della vita, e quanto sono essi a correggere i soggetti che li attraversano? Si tratta di domande, queste ultime, di fondamentale importanza per coloro che sono attivi in ambito socioeducativo, e che vanno affrontare con la dovuta laicità al fine di comprendere come l’educazione (familiare, sociale e informale) si dipana nelle storie di vita.
Si può parlare di romanzi familiari senza citare “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez? Difficile. Come altrettanto difficile è scriverne senza incappare in banalità e sintesi ingenerose. Per chi non l’avesse letto, o per chi volesse rileggerlo, due modesti spunti di riflessione educativa. Il primo: le storie delle famiglie sono lo specchio della Storia. Le relazioni tra i e le componenti sono incomprensibili se non vengono collocate nel contesto sociale in cui avvengono, all’interno dei cambiamenti culturali e politici che le circondano, nell’organizzazione del lavoro e dell’irrompere della modernità e della sua tecnologia (come può essere l’arrivo della ferrovia). È un esercizio, questo, che nell’epoca contemporanea è diventato spesso residuale, poiché la centratura sull’individuo o sulla micro-collettività familiare – le cui scelte sono interpretate in modo avulso dalla realtà sociale – ha ristretto le possibilità dello sguardo e del dialogo tra i micro-meso e macrocontesti. Il secondo spunto riguarda il tema dell’equilibrio familiare: nel romanzo di Márquez questo equilibrio è narrato in modo eccezionale, perché mostra come esso si componga di soggetti che potremmo definire portanti, in grado di sorreggerlo (è il caso in particolare dei personaggi femminili, di cui una in particolare, che i lettori e le lettrici facilmente individueranno, ha un ruolo decisivo), ed elementi che continuano a generare instabilità e successivi riassetti. Si tratta di un libro che offre la possibilità di osservare i sistemi familiari con una complessità talmente articolata da risultare financo abbagliante, invitando chi lavora in ambito educativo – e, volente o nolente, incontra le famiglie e dalla famiglia in un tempo e in un luogo è stato modellato/a – a ricercare le giuste lenti oscuranti, al fine di riuscire ad avere una visione sufficientemente chiara dell’insieme delle relazioni.