Social. L’industria delle relazioni - DEASS
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Il volume analizza il ruolo dei social come spazi capaci di modellare identità, relazioni, gusti, valori e comportamenti. Le piattaforme vengono descritte come una vera “industria delle relazioni”, governata da algoritmi, dati e logiche di visibilità che influenzano il modo in cui ci rappresentiamo, interagiamo e produciamo contenuti. Dal punto di vista socioeducativo, il libro invita a conoscere criticamente questi meccanismi per promuovere consapevolezza, pensiero critico e pratiche educative attente alle trasformazioni digitali contemporanee.
Siamo dominati dal potere dei social, una condizione che ci appare ineluttabile e allo stesso tempo poco comprensibile. È da questo assunto che muove l’interessante libro di Gabriella Taddeo: un volume importante per comprendere tanto il funzionamento di questo genere di piattaforme, quanto le implicazioni sociali del loro utilizzo.
Sta in quest’ultima dimensione l’interesse dal punto di vista del lavoro socioeducativo: questi spazi, negli anni, sono diventati sempre più mezzi di informazione, di intrattenimento e di relazioni; ovvero, degli spazi mediali che producono e in cui si producono esiti educativi. A questa massiccia diffusione, tuttavia, non si accompagna sovente una altrettanto forte consapevolezza rispetto alle implicazioni del loro utilizzo nel formare le soggettività, le identità, i gusti, le idee e i valori di chi li utilizza.
Il libro di Taddeo, in questo senso, ha il merito di interpretare questo sistema di piattaforme come una vera e propria «industria delle relazioni», nella quale i mezzi di produzione appartengono una ristretta cerchia di soggetti che, attraverso questi spazi mediali, controllano enormi risorse economiche e una enorme mole di dati personali. Non soltanto: come diverse recenti inchieste hanno dimostrato, non da ultimo anche a livello giuridico [1], si tratta di ambiti in cui i soggetti – come ricorda sempre Taddeo – sono succubi, se non vittime, di dinamiche costruite per noi e allo stesso tempo senza di noi.
Conoscerne il funzionamento, dunque, risulta essenziale per poter sviluppare e promuovere un punto di vista critico su di essi.
Nella prima parte, il volume compie una panoramica dei social, indagandone le definizioni, le tipologie, l’intreccio con lo spazio e il tempo (legato, per esempio, alla a/sincronicità e alla permanenza o volatilità dei contenuti) e, da ultimo, la storia, attenta a cogliere altresì gli sviluppi e le tendenze.
Nella seconda, intitolata “L’importanza di essere unici”, il volume si addentra maggiormente nei meccanismi formativi dei social. La dimensione dell’individuazione e della soggettivazione, infatti, nella contemporaneità neoliberale risulta un aspetto cruciale in cui i social giocano un ruolo significativo. È il design stesso della piattaforma, infatti, che viene costruito al fine di rendere visibile l’io e a stimolarne l’esibizione e la performance. In questo senso, l’esposizione della propria quotidianità (attraverso scrittura, fotografia, video…) e la sua rappresentazione pubblica sembrano comportare degli effetti retroagenti sulla propria identità. Il contesto delle piattaforme, in questo senso, non è uno spazio in cui è presente una forma di semplice autoespressione disintermediata, bensì uno spazio dove il riconoscimento (algoritmicamente e socialmente) media di sé incentiva determinati contenuti e modalità d’espressione. Secondo Taddeo, il nostro rapporto con questi meccanismi identitari è spesso ambivalente: seguiamo e introiettiamo le opportunità di definizione identitaria proposte dalle piattaforme ma, in molti casi, resistiamo, sovvertiamo e reinventiamo le regole.
Nella terza parte, dal titolo “L’importanza di essere come tutti”, l’autrice si concentra sul contraltare – presente non come alternativa, bensì come complemento – alla dimensione dell’unicità discussa precedentemente. Taddeo esplora il ruolo e le forme di coinvolgimento nei social, attraverso le dimensioni relazionali presenti che spaziano in un continuum tra supporto reciproco e competizione spietata, cercando di mostrare il funzionamento di quel “sentirsi parte di un tutto”: «come» gli altri e, quindi, «con» gli altri. Il fine, tuttavia, è sempre quello di stimolare la fruizione della piattaforma e, quindi, la fidelizzazione del cliente. Vengono poi esplorati il ruolo della fiducia in un sistema basato (molto) sull’autoregolazione, così come quello dell’empatia (che si struttura in un circuito tra distinzione-invidia-omologazione-ispirazione), per soffermarsi in seguito sull’annoso tema della reputazione. Quest’ultima, infatti, viene costruita attraverso dei sofisticati sistemi ingegneristici, volti a misurare e indicizzare la capacità di coinvolgimento e di cattura dell’attenzione di chi osserva. Quella che è possibile desumere, in fondo, è una forma di valutazione codificata dal carattere individualizzato e spersonalizzato: tutti possono partecipare e «votare», ma attraverso le modalità predisposte dalla piattaforma, le quali disincentivano l’espressione di emozioni complesse in favore della semplificazione e dell’ingaggio di chi osserva.
La quarta e ultima parte è dedicata ai contenuti. I social, infatti, sono infrastrutture comunicative che hanno lo scopo di stimolare una continua produzione e circolazione dei contenuti, attraverso un principio cumulativo volto a costruire un capitale d’attenzione (tutti possono pubblicare, non tutti coloro che pubblicano hanno lo stesso impatto e lo stesso pubblico). Il successo dei contenuti, in questo senso, sempre dipendere più da fattori tecnologici (algoritmici) e sociali (attenzione, affettività, viralità) che dalle caratteristiche del contenuto, definendo una vera e propria (per quanto mutevole) “estetica” dei contenuti social. Questo processo di creazione, per rispondere a logiche di mercato, a livello di massa finisce per alimentare delle forme di omologazione del gusto (format dei meme, tipo di fotografie, arredamento, espressione artistica), ma anche delle forme di omologazione estetica, per cui i volti e i corpi tendono a volersi modellare su quelli di influencer e celebrità. Per cui, come ricorda l’autrice, “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è virale”, motivo per cui «le dinamiche di emersione e diffusione dei contenuti social possono basarsi sia sulla distinzione, sull’originalità e sulla novità, sia, all’opposto, sulla capacità di condensare il gusto medio e di rendere iconica una scelta di maggioranza» (p. 174). Da questo punto di vista, scrive ancora Taddeo, «pare che l’imitazione sia un processo dominante nelle dinamiche social: siamo portati a imitare noi stessi, accomodandoci nelle nostre credenze, a imitare la maggioranza, valutando attraverso un grossolano ragionamento «statistico-istintuale» che essa abbia sempre ragione, a imitare gli influencer e, infine, a imitare un «gusto medio», costruito cercando nella massa quel «minimo comune denominatore» che mette tutti d’accordo» (p. 175).
I social, inoltre, sono diventati presto dei veri e propri mercati: sia per quanto riguarda l’industria del paratesto (ossia quella dei creator digitali in tutte le possibili forme), sia andando a generare un’ibridazione pressoché onnicomprensiva – benché stratificata nelle modalità – rispetto al mercato dei beni e servizi esterni ai social. Questo riguarda anche il mondo dell’educazione e della formazione: quante volte si ritiene che sia necessario portare la propria attività sui social, esporsi, produrre contenuti e creare coinvolgimento, talvolta andando anche in contraddizione con alcuni principi di lavoro, perché il mercato lo richiede?
Questo insieme di dimensioni, dunque, rappresentano dal punto di vista educativo un insieme di fattori che modellano i comportamenti, i gusti, i valori e la quotidianità di gran parte dei soggetti (individuali e collettivi) con cui ci si troverà ad operare e degli stessi operatori. Ciò significa che una conoscenza dettagliata dei meccanismi delle piattaforme risulta oggi molto importante al fine di poter riflettere sui meccanismi formativi diffusi nella contemporaneità, così come per poter progettare interventi in grado di promuovere forme di consapevolezza e di pensiero critico.
Sta in quest’ultima dimensione l’interesse dal punto di vista del lavoro socioeducativo: questi spazi, negli anni, sono diventati sempre più mezzi di informazione, di intrattenimento e di relazioni; ovvero, degli spazi mediali che producono e in cui si producono esiti educativi. A questa massiccia diffusione, tuttavia, non si accompagna sovente una altrettanto forte consapevolezza rispetto alle implicazioni del loro utilizzo nel formare le soggettività, le identità, i gusti, le idee e i valori di chi li utilizza.
Il libro di Taddeo, in questo senso, ha il merito di interpretare questo sistema di piattaforme come una vera e propria «industria delle relazioni», nella quale i mezzi di produzione appartengono una ristretta cerchia di soggetti che, attraverso questi spazi mediali, controllano enormi risorse economiche e una enorme mole di dati personali. Non soltanto: come diverse recenti inchieste hanno dimostrato, non da ultimo anche a livello giuridico [1], si tratta di ambiti in cui i soggetti – come ricorda sempre Taddeo – sono succubi, se non vittime, di dinamiche costruite per noi e allo stesso tempo senza di noi.
Conoscerne il funzionamento, dunque, risulta essenziale per poter sviluppare e promuovere un punto di vista critico su di essi.
Nella prima parte, il volume compie una panoramica dei social, indagandone le definizioni, le tipologie, l’intreccio con lo spazio e il tempo (legato, per esempio, alla a/sincronicità e alla permanenza o volatilità dei contenuti) e, da ultimo, la storia, attenta a cogliere altresì gli sviluppi e le tendenze.
Nella seconda, intitolata “L’importanza di essere unici”, il volume si addentra maggiormente nei meccanismi formativi dei social. La dimensione dell’individuazione e della soggettivazione, infatti, nella contemporaneità neoliberale risulta un aspetto cruciale in cui i social giocano un ruolo significativo. È il design stesso della piattaforma, infatti, che viene costruito al fine di rendere visibile l’io e a stimolarne l’esibizione e la performance. In questo senso, l’esposizione della propria quotidianità (attraverso scrittura, fotografia, video…) e la sua rappresentazione pubblica sembrano comportare degli effetti retroagenti sulla propria identità. Il contesto delle piattaforme, in questo senso, non è uno spazio in cui è presente una forma di semplice autoespressione disintermediata, bensì uno spazio dove il riconoscimento (algoritmicamente e socialmente) media di sé incentiva determinati contenuti e modalità d’espressione. Secondo Taddeo, il nostro rapporto con questi meccanismi identitari è spesso ambivalente: seguiamo e introiettiamo le opportunità di definizione identitaria proposte dalle piattaforme ma, in molti casi, resistiamo, sovvertiamo e reinventiamo le regole.
Nella terza parte, dal titolo “L’importanza di essere come tutti”, l’autrice si concentra sul contraltare – presente non come alternativa, bensì come complemento – alla dimensione dell’unicità discussa precedentemente. Taddeo esplora il ruolo e le forme di coinvolgimento nei social, attraverso le dimensioni relazionali presenti che spaziano in un continuum tra supporto reciproco e competizione spietata, cercando di mostrare il funzionamento di quel “sentirsi parte di un tutto”: «come» gli altri e, quindi, «con» gli altri. Il fine, tuttavia, è sempre quello di stimolare la fruizione della piattaforma e, quindi, la fidelizzazione del cliente. Vengono poi esplorati il ruolo della fiducia in un sistema basato (molto) sull’autoregolazione, così come quello dell’empatia (che si struttura in un circuito tra distinzione-invidia-omologazione-ispirazione), per soffermarsi in seguito sull’annoso tema della reputazione. Quest’ultima, infatti, viene costruita attraverso dei sofisticati sistemi ingegneristici, volti a misurare e indicizzare la capacità di coinvolgimento e di cattura dell’attenzione di chi osserva. Quella che è possibile desumere, in fondo, è una forma di valutazione codificata dal carattere individualizzato e spersonalizzato: tutti possono partecipare e «votare», ma attraverso le modalità predisposte dalla piattaforma, le quali disincentivano l’espressione di emozioni complesse in favore della semplificazione e dell’ingaggio di chi osserva.
La quarta e ultima parte è dedicata ai contenuti. I social, infatti, sono infrastrutture comunicative che hanno lo scopo di stimolare una continua produzione e circolazione dei contenuti, attraverso un principio cumulativo volto a costruire un capitale d’attenzione (tutti possono pubblicare, non tutti coloro che pubblicano hanno lo stesso impatto e lo stesso pubblico). Il successo dei contenuti, in questo senso, sempre dipendere più da fattori tecnologici (algoritmici) e sociali (attenzione, affettività, viralità) che dalle caratteristiche del contenuto, definendo una vera e propria (per quanto mutevole) “estetica” dei contenuti social. Questo processo di creazione, per rispondere a logiche di mercato, a livello di massa finisce per alimentare delle forme di omologazione del gusto (format dei meme, tipo di fotografie, arredamento, espressione artistica), ma anche delle forme di omologazione estetica, per cui i volti e i corpi tendono a volersi modellare su quelli di influencer e celebrità. Per cui, come ricorda l’autrice, “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è virale”, motivo per cui «le dinamiche di emersione e diffusione dei contenuti social possono basarsi sia sulla distinzione, sull’originalità e sulla novità, sia, all’opposto, sulla capacità di condensare il gusto medio e di rendere iconica una scelta di maggioranza» (p. 174). Da questo punto di vista, scrive ancora Taddeo, «pare che l’imitazione sia un processo dominante nelle dinamiche social: siamo portati a imitare noi stessi, accomodandoci nelle nostre credenze, a imitare la maggioranza, valutando attraverso un grossolano ragionamento «statistico-istintuale» che essa abbia sempre ragione, a imitare gli influencer e, infine, a imitare un «gusto medio», costruito cercando nella massa quel «minimo comune denominatore» che mette tutti d’accordo» (p. 175).
I social, inoltre, sono diventati presto dei veri e propri mercati: sia per quanto riguarda l’industria del paratesto (ossia quella dei creator digitali in tutte le possibili forme), sia andando a generare un’ibridazione pressoché onnicomprensiva – benché stratificata nelle modalità – rispetto al mercato dei beni e servizi esterni ai social. Questo riguarda anche il mondo dell’educazione e della formazione: quante volte si ritiene che sia necessario portare la propria attività sui social, esporsi, produrre contenuti e creare coinvolgimento, talvolta andando anche in contraddizione con alcuni principi di lavoro, perché il mercato lo richiede?
Questo insieme di dimensioni, dunque, rappresentano dal punto di vista educativo un insieme di fattori che modellano i comportamenti, i gusti, i valori e la quotidianità di gran parte dei soggetti (individuali e collettivi) con cui ci si troverà ad operare e degli stessi operatori. Ciò significa che una conoscenza dettagliata dei meccanismi delle piattaforme risulta oggi molto importante al fine di poter riflettere sui meccanismi formativi diffusi nella contemporaneità, così come per poter progettare interventi in grado di promuovere forme di consapevolezza e di pensiero critico.
[1] https://www.rsi.ch/info/mondo/Social-e-mancata-protezione-dei-minorenni-Meta-condannata--3622704.html
© fotografia: https://magia.news/social-lindustria-delle-relazioni/
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