L’inatteso quotidiano. Variazioni sul tema della ripetizione - DEASS
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Questo contributo propone due romanzi e un film sul tema della quotidianità come risorsa educativa.
Quel che resta del giorno di Ishiguro esplora la fine di un ordine simbolico attraverso il maggiordomo Stevens e la perdita della sua routine; L’eleganza del riccio di Barbery racconta l’incontro trasformativo tra una portinaia colta e una ragazzina ribelle; Paterson di Jarmusch celebra la poesia celata nella ripetizione quotidiana. Tre opere che interrogano il senso dell’esistenza, le relazioni e il valore educativo delle routine.
Quel che resta del giorno di Ishiguro esplora la fine di un ordine simbolico attraverso il maggiordomo Stevens e la perdita della sua routine; L’eleganza del riccio di Barbery racconta l’incontro trasformativo tra una portinaia colta e una ragazzina ribelle; Paterson di Jarmusch celebra la poesia celata nella ripetizione quotidiana. Tre opere che interrogano il senso dell’esistenza, le relazioni e il valore educativo delle routine.
Prosegue la rubrica delle letture estive inaugurata lo scorso mese di luglio, questa volta con due romanzi e un film. Dal tema della fabbricazione si passa a quello della quotidianità: una temporalità, quest’ultima, che va ritenuta senza preconcetti. La quotidianità produce effetti educativi poiché si ripete, portando i tempi, gli spazi, i gesti e le relazioni entro un alveo di prevedibilità, financo di normalità. Essa, dunque, permette alle persone di ancorarsi entro un quadro che orienta le prassi, strutturando se stessi a partire (anche) dalla propria routine. Questo termine, nell’epoca del capitalismo flessibile [1], sembra diventato quasi spregiativo, qualcosa che va rifuggito sempre e comunque; ciò nonostante, abitare le routine in modo consapevole permette di osservare e vivere sia piccoli cambiamenti e variazioni sul tema, sia le grandi rotture, con tutta la loro irruenza biografica.
Il primo libro è a prima vista molto lontano dal nostro contesto. “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, da cui è stato tratto anche un film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, racconta la storia di un maggiordomo britannico che si trova improvvisamente privo dell’assetto routinario che l’ha accompagnato negli anni di servitù aristocratica, passando da un padrone britannico a uno americano a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso (un’evidente evidente metafora del riassetto del potere nel campo occidentale). Il romanzo, dal ritmo lento e compassato come la stessa esistenza del protagonista, racchiude una fine riflessione sui pieni e sui vuoti relazionali che hanno occupato la vita di Stevens, mostrando i cambiamenti rispetto alla fedeltà a un ordine simbolico che, a un certo punto, si incrina e muta di senso. Oltre al cambiamento della routine, e al viaggio che inviterà a intraprendere, sarà anche l’incontro con Miss Kenton a incrinare, sebbene con fatica e con ritardo, una serie di certezze immutabili acquisite entro un ethos aristocratico che si trasmetteva anche ai dirigenti del personale di servizio, senza che questi ultimi, ovviamente, potessero disporre degli stessi privilegi. Un libro di reminiscenze che, oltre a fare i conti con il vuoto e i pieni della vita, affronta anche con l’ipocrisia di una parte della classe dirigente britannica durante la Seconda guerra mondiale.
Il secondo libro che proponiamo è “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery. Si tratta di un romanzo ironico e agrodolce sull’incontro tra una signora anziana (una portinaia estremamente acculturata che, tuttavia, appare annoiata e sciatta agli occhi di chi abita il palazzo) e una ragazzina (in contrasto con il conformismo propria famiglia e che sta pianificando il proprio suicidio e l’incendio del proprio appartamento, allo scoccare del suo prossimo compleanno, come forma di protesta esistenziale), che sconvolge la quotidianità di entrambe attraverso il progredire di una relazione d’amicizia intessuta nonostante la grande distanza d’età. Si tratta di un romanzo dei personaggi virtuosi e profondi in un mondo abbruttito da una quotidianità oppressiva connessa all’arrivismo e alla superficialità. Nonostante in questo stia forse un suo limite, quello di confortare attraverso personaggi molto letterari la sensazione supposta virtuosa diversità di chi legge, si tratta ciò nondimeno di un volume in grado di sollecitare alcune riflessioni sulle relazioni educative. Esso, infatti, mostra come gli incontri e le relazioni possano produrre cambiamenti reciproci in chi le vive, anche tra soggetti che si incontrano di sfuggita nella quotidianità, ma che non si fermano mai ad approfondire la storia di vita dell’altro.
“Paterson” è un film di Jim Jarmusch, che da un lunedì muove lungo il corso di una settimana. Il protagonista, dal cognome omonimo, è un conducente di autobus nella cittadina di Paterson – sempre lui – nel New Jersey, dove nacque il poeta William Carlos Williams. La sua esistenza è ripetitiva e monotona, circondata dall’affetto della moglie e del proprio cane, ma ravvivata dalle poesie che l’autista scrive, ispirandosi anche ai dialoghi dei passeggeri che ogni giorno abitano il mezzo pubblico. Si tratta di un film sulla ripetizione e sulla variazione, sull’esercizio e sulla pratica della poesia, intesa in questo caso come forma di descrizione che implica un salto qualitativo rispetto allo sguardo distratto e assonnato della quotidianità lavorativa. La sua visione, in questo senso, può avvicinare a una delle modalità di fare poesia, ma porta anche a riflettere sul senso dell’esistenza e sui benefici degli imprevisti che ne possono marcare la rottura in un sistema dalla ripetizione che pare inscalfibile.
Il primo libro è a prima vista molto lontano dal nostro contesto. “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, da cui è stato tratto anche un film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, racconta la storia di un maggiordomo britannico che si trova improvvisamente privo dell’assetto routinario che l’ha accompagnato negli anni di servitù aristocratica, passando da un padrone britannico a uno americano a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso (un’evidente evidente metafora del riassetto del potere nel campo occidentale). Il romanzo, dal ritmo lento e compassato come la stessa esistenza del protagonista, racchiude una fine riflessione sui pieni e sui vuoti relazionali che hanno occupato la vita di Stevens, mostrando i cambiamenti rispetto alla fedeltà a un ordine simbolico che, a un certo punto, si incrina e muta di senso. Oltre al cambiamento della routine, e al viaggio che inviterà a intraprendere, sarà anche l’incontro con Miss Kenton a incrinare, sebbene con fatica e con ritardo, una serie di certezze immutabili acquisite entro un ethos aristocratico che si trasmetteva anche ai dirigenti del personale di servizio, senza che questi ultimi, ovviamente, potessero disporre degli stessi privilegi. Un libro di reminiscenze che, oltre a fare i conti con il vuoto e i pieni della vita, affronta anche con l’ipocrisia di una parte della classe dirigente britannica durante la Seconda guerra mondiale.
Il secondo libro che proponiamo è “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery. Si tratta di un romanzo ironico e agrodolce sull’incontro tra una signora anziana (una portinaia estremamente acculturata che, tuttavia, appare annoiata e sciatta agli occhi di chi abita il palazzo) e una ragazzina (in contrasto con il conformismo propria famiglia e che sta pianificando il proprio suicidio e l’incendio del proprio appartamento, allo scoccare del suo prossimo compleanno, come forma di protesta esistenziale), che sconvolge la quotidianità di entrambe attraverso il progredire di una relazione d’amicizia intessuta nonostante la grande distanza d’età. Si tratta di un romanzo dei personaggi virtuosi e profondi in un mondo abbruttito da una quotidianità oppressiva connessa all’arrivismo e alla superficialità. Nonostante in questo stia forse un suo limite, quello di confortare attraverso personaggi molto letterari la sensazione supposta virtuosa diversità di chi legge, si tratta ciò nondimeno di un volume in grado di sollecitare alcune riflessioni sulle relazioni educative. Esso, infatti, mostra come gli incontri e le relazioni possano produrre cambiamenti reciproci in chi le vive, anche tra soggetti che si incontrano di sfuggita nella quotidianità, ma che non si fermano mai ad approfondire la storia di vita dell’altro.
“Paterson” è un film di Jim Jarmusch, che da un lunedì muove lungo il corso di una settimana. Il protagonista, dal cognome omonimo, è un conducente di autobus nella cittadina di Paterson – sempre lui – nel New Jersey, dove nacque il poeta William Carlos Williams. La sua esistenza è ripetitiva e monotona, circondata dall’affetto della moglie e del proprio cane, ma ravvivata dalle poesie che l’autista scrive, ispirandosi anche ai dialoghi dei passeggeri che ogni giorno abitano il mezzo pubblico. Si tratta di un film sulla ripetizione e sulla variazione, sull’esercizio e sulla pratica della poesia, intesa in questo caso come forma di descrizione che implica un salto qualitativo rispetto allo sguardo distratto e assonnato della quotidianità lavorativa. La sua visione, in questo senso, può avvicinare a una delle modalità di fare poesia, ma porta anche a riflettere sul senso dell’esistenza e sui benefici degli imprevisti che ne possono marcare la rottura in un sistema dalla ripetizione che pare inscalfibile.
[1] Una riflessione interessante sulla routine entro il capitalismo flessibile è contenuta in Sennett (2001), L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milano (ed. or. 1999).