Irene Guccione
Pensare l'inclusione - DEASS
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Negli ultimi anni l’inclusione nella prima infanzia è divenuta un diritto fondamentale. Va oltre l’accoglienza dei bambini con bisogni speciali, coinvolgendo la progettazione di ambienti educativi accessibili a tutti. Il convegno Pensare l’inclusione nelle strutture di accoglienza tenutosi il 20 febbraio a Bellinzona e organizzato dall’Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani (UFaG) ha evidenziato la necessità di reti multidisciplinari, formazione continua e pratiche condivise per realizzare un’educazione realmente inclusiva, superando modelli assistenzialisti.
Irene Guccione, docente professionista SUPSI DEASS Lavoro sociale
Irene Guccione, docente professionista SUPSI DEASS Lavoro sociale
L’inclusione come diritto
In quest’ultimo decennio, il tema dell’inclusione ha assunto un ruolo sempre più rilevante nelle agende politiche, nei processi culturali e nelle pratiche educative e sociali.
Citata nel quarto obiettivo dell’agenda Europea 2020-2030 [1], nella convenzione ONU [2] e secondo i recenti documenti Cantonali [3] e Internazionali [4], l'inclusione non è più solo un obiettivo pedagogico/didattico, ma un diritto fondamentale per ogni bambina e bambino, indipendentemente dalle sue capacità o difficoltà. Essa non si fonda semplicemente nell’azione di accogliere i bambini con bisogni speciali, ma nel pensare, progettare e realizzare ambienti educativi che favoriscano il pieno sviluppo di ciascun bambino riconoscendo e valorizzando le differenze come risorse collettive. Questo pensiero implica una trasformazione delle pratiche educative, dove la progettazione universale degli ambienti di apprendimento diventa un prerequisito e non un’eccezione.
Si posiziona proprio in questa direzione il convegno Pensare l’inclusione nelle strutture di accoglienza tenutosi il 20 febbraio a Bellinzona e organizzato dall’Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani (UFaG). Questa preziosa occasione ha segnato la conclusione di un tavolo di lavoro iniziato un anno e mezzo prima con alcune associazioni che lavorano sul territorio nell’ambito della disabilità.
Il confronto ha fatto emergere anche alcune criticità: come si realizza, nella pratica quotidiana, un ambiente realmente inclusivo? Come ha sottolineato una partecipante, Responsabile di un Nido d’Infanzia, è fondamentale interrogarsi su come sostenere e accompagnare il lavoro educativo soprattutto quando ci si trova ad affrontare bisogni specifici che si presentano in modo improvviso, come processi inattesi. Nella fascia della prima infanzia, infatti, la presenza di bisogni speciali spesso si manifesta gradualmente: è con il tempo, attraverso l’osservazione quotidiana, la co-educazione con le famiglie, la frequenza del servizio e il confronto con il gruppo dei pari che, a volte, emergono elementi di attenzione e necessità educative specifiche.
Diventa quindi centrale costruire e coltivare una rete multidisciplinare capace non solo di rispondere ai bisogni individuali delle bambine e dei bambini, ma di sostenere le famiglie e tradurre i principi dell’inclusone in una cornice di senso che curi e nutra la qualità delle vite di tutti. Una grande questione, in questo senso, è rappresentata dalle risorse messe a disposizione per la costruzione di sistemi educativi autenticamente inclusivi.
Questo ci porta a riflettere ancora sulla nostra situazione territoriale, dove la presenza delle scuole speciali rappresenta una realtà ancora presente, seppur in via di trasformazione. Nonostante gli sforzi per promuovere l'inclusione, continuano a essere presenti spinte verso la separazione dei bambini e bambine con disabilità e forme di stigma che portano le famiglie a rifiutare forme di supporto specializzato. Questo, solleva un interrogativo fondamentale e che è necessario porsi costantemente: stiamo procedendo nella direzione di un sistema educativo inclusivo, o stiamo semplicemente integrando i bambini con difficoltà in ambienti che non sono progettati per loro? Quanto siamo davvero pronti a superare le divisioni tra "normale" e "speciale"? Come direbbe Gregory Bateson quanto stiamo lavorando per “curare il sintomo in modo da rendere il mondo confortevole per la patologia?” [5].
L’importanza delle parole: integrazione, inclusione e educazione inclusiva
All’inizio del Convegno è stato chiesto ai partecipanti di scrivere tre parole associate al concetto di inclusione; tra le più citate sono emerse: accoglienza, uguaglianza, partecipazione, rispetto, pari opportunità, diversità, integrazione.
Questa piccola attivazione ha permesso di mettere in luce come, molto spesso, il concetto di “integrazione” venga utilizzato come sinonimo di “inclusione”, sebbene i due i termini abbiano significati distinti e rimandino a due scenari educativi differenti. Il primo nasce da un paradigma di tipo compensatorio, che prevede un sostegno mirato per i bambini con bisogni educativi speciali; il secondo, invece, si fonda su un approccio trasformativo, mirando a progettare l’ambiente educativo per renderlo accessibile e fruibile da tutti. Il focus non è sulla persona da integrare, ma sulla costruzione di un servizio accogliente per tutti e per ciascuno.
L’educazione inclusiva, dunque, non si pone come obiettivo il “normalizzare” il diverso ma abbraccia il paradigma delle differenze individuali, che riconosce la pluralità dei modi di apprendere e comunicare, restituendo alle bambine e ai bambini quei “novantanove linguaggi” di cui ci parlava Loris Malaguzzi nella sua celebre poesia [6].
Adottare una postura educativa inclusiva, allora, può significare assumere uno sguardo sistemico, dinamico e multidimensionale, che vada oltre le mura del servizio educativo per coinvolgere anche la rete territoriale, le famiglie e altri professionisti. La co-progettazione con diversi attori permette di costruire percorsi educativi più efficaci e rispondenti ai reali bisogni di ciascun bambino, evitando approcci standardizzati che rischiano di diventare artificiosi e inefficaci.
Parlare di inclusione, in questo senso, ci porta a riflettere sulla formazione del personale educativo, sulle risorse necessarie e sulla progettazione pedagogica che rischia di ridurre il concetto a una formula retorica priva di un reale impatto. Per questo motivo, l’inclusione dovrebbe essere un principio fondante del Progetto Pedagogico di ogni servizio educativo, da discutere e condividere con il gruppo educativo, le famiglie e la rete territoriale.
Solo un impegno consapevole, sistematico e progettuale può garantire che la diversità non sia solo accettata, ma realmente valorizzata.
Inclusione e ECEC [7]: la postura dell’educatore
Nei Nidi d’Infanzia e nella cornice dell’educazione precoce il concetto di educazione si esplicita e concretizza nella progettazione e cura di un ambente – inteso non solo come spazio fisico ma come insieme di materiali, esperienze, relazioni e vissuti – che accompagni la crescita e lo sviluppo dei bambini. Fin dai primi anni di vita, ogni bambina e bambino ha bisogno di instaurare legami di fiducia, basi sicure, di sperimentare la stima di sé e di trovare un ambiente che offra ritualità, come elementi essenziali per una crescita armoniosa. Un’opportunità educativa di qualità, allora, si fonda sulla possibilità di vivere esperienze che, attraverso le routine quotidiane, aiutino i bambini a sviluppare il senso d’appartenenza a una comunità sociale, diventando attivi costruttori del proprio apprendimento.
In questo contesto, le relazioni di aiuto non dovrebbero mai tradursi in interventi che, pur mossi da buone intenzioni, rischiano di generare dipendenza, servilismo o di sovraccaricare i bambini con bisogni educativi speciali di attenzioni eccessive. Il rischio è quello di alimentare una visione assistenzialista, che da un lato promuove la dipendenza e, dall’altro, soddisfa il bisogno di riconoscimento degli adulti.
Per evitare questo, è necessario che le azioni educative promuovano il “gesto interrotto” come direbbe Emmi Pikler, e la capacità di:
“farsi balbettanti, desiderosi di non voler illuminare tutto e subito con spiegazioni: imparare a stare ecologicamente in quelle zone di ignoranza per permettere che parlino. In questo tentativo di fare mente cava per diventare fedeli a chi si incontra, si giocano le competenze dei professionisti inclusivi che sanno perdersi senza saperlo e sanno stare dentro un percorso, che sappia offrire tempo e flessibilità, far convivere previsione e incertezza e dove il dubbio può diventare un’opportunità per essere ascoltatori curiosi, esploratori di speranza, superando il vizio del pensiero che offre costantemente l’impressione che chi cresce, avendo bisogni speciali, non possa vivere evoluzioni, cambiamenti, immaginazione, futuro” [8] .
La professionalità inclusiva va immaginata, pensata e co-costruita valorizzando le buone pratiche legate all’osservazione, all’accoglienza e alla progettazione proprie delle educatrici e degli educatori, che valorizzino la diversità e l’identità di ogni bambina e bambino nei propri ritmi, temperamenti, attitudini e tensioni vitali.
In questa direzione la Formazione Continua nell’area Lavoro Sociale si impegna nel promuovere una formazione che accompagni le Responsabili e le educatrici dei Nidi d’Infanzia e dei Centri Extrascolastici nel pensare e progettare l’inclusione a partire dal loro contesto di appartenenza, dalle loro esperienze, dando inizio alla creazione di una comunità di condivisione di buone pratiche che alimenterà una vera propria cultura inclusiva.
[1] L’Agenda Europea nel punto 4.a si pone l’obiettivo di “costruire e adeguare le strutture scolastiche in modo che siano adatte alle esigenze dei bambini, alla disabilità e alle differenze di genere e fornire ambienti di apprendimento sicuri, non violenti, inclusivi ed efficaci per tutti”.
[2] Si fa riferimento alla Convenzione delle Nazioni Uniti sui diritti delle persone con disabilità.
[3] Aprire i nidi ai bambini con bisogni educativi particolari: raccomandazioni per un’accoglienza extra famigliare inclusiva (S. Giudicetti, Trad.). Kibesuisse (2018); Scimonelli, F. (2022) Sostenere l’inclusione nelle strutture d’accoglienza dell’infanzia. Informazioni orientative per professionisti del settore: https://atan.ch/wp-content/uploads/2022/02/opuscolo-inclusione.pdf; Esperienze di inclusione nei centri di accoglienza diurna. Repubblica e Cantone Ticino - Dipartimento della sanità e della socialità - Divisione dell’azione sociale e delle famiglie - Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani (UFaG).
[4] Booth, T. & Ainscow, M. (2017). Nuovo Index per l’inclusione. Carocci: 4. edizione.
[5] Bateson G. (1997), Una sacra unità. Adelphi, Milano p. 439.
[6] Malaguzzi, L. (2012). Invece il cento c'è. Casabella, 76(810), 44.
[7] Con questo acronimo facciamo riferimento all’Early Childhood Developement and Care come a quell’insieme di interventi e di buone pratiche a supporto dell’educazione dei bambini nei primi anni di vita.
[8] Traina, I., & Corsi, F. (2024). L’inclusione non si ferma. Cammina sempre. Volume in ricordo di Andrea Canevaro Capitolo 13: Adolescenza e Disabilità. In L’inclusione non si ferma. Cammina sempre. Volume in ricordo di Andrea Canevaro (Vol. 1, pp. 237-253). Erickson.
[2] Si fa riferimento alla Convenzione delle Nazioni Uniti sui diritti delle persone con disabilità.
[3] Aprire i nidi ai bambini con bisogni educativi particolari: raccomandazioni per un’accoglienza extra famigliare inclusiva (S. Giudicetti, Trad.). Kibesuisse (2018); Scimonelli, F. (2022) Sostenere l’inclusione nelle strutture d’accoglienza dell’infanzia. Informazioni orientative per professionisti del settore: https://atan.ch/wp-content/uploads/2022/02/opuscolo-inclusione.pdf; Esperienze di inclusione nei centri di accoglienza diurna. Repubblica e Cantone Ticino - Dipartimento della sanità e della socialità - Divisione dell’azione sociale e delle famiglie - Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani (UFaG).
[4] Booth, T. & Ainscow, M. (2017). Nuovo Index per l’inclusione. Carocci: 4. edizione.
[5] Bateson G. (1997), Una sacra unità. Adelphi, Milano p. 439.
[6] Malaguzzi, L. (2012). Invece il cento c'è. Casabella, 76(810), 44.
[7] Con questo acronimo facciamo riferimento all’Early Childhood Developement and Care come a quell’insieme di interventi e di buone pratiche a supporto dell’educazione dei bambini nei primi anni di vita.
[8] Traina, I., & Corsi, F. (2024). L’inclusione non si ferma. Cammina sempre. Volume in ricordo di Andrea Canevaro Capitolo 13: Adolescenza e Disabilità. In L’inclusione non si ferma. Cammina sempre. Volume in ricordo di Andrea Canevaro (Vol. 1, pp. 237-253). Erickson.