Nella carne - DEASS
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Nella carne, opera dello scrittore canadese di origine ungherese David Szalay, ha vinto l’ultima edizione del Booker prize, raccogliendo molti elogi rispetto allo stile della scrittura, ma anche perché in grado di intercettare – per alcuni aspetti in filigrana – alcune tematiche significative della contemporaneità.
I premi, nel mondo letterario e cinematografico, appaiono oggi non soltanto come una forma di approvazione della critica, ma anche come dispositivi dal valore talvolta relativo, legati a dinamiche mediatiche, politiche e, per alcuni aspetti, commerciali; eppure, prestare un occhio di riguardo per le opere che vengono insignite di tali riconoscimenti risulta interessante anche a prescindere dal gradimento soggettivo dell’opera, perché è potenzialmente in grado di restituire qualcosa del clima culturale (e quindi diffusamente educativo) entro cui si produce una simile valutazione.
Il libro è uno di quei romanzi del quale si dovrebbe sapere il meno possibile prima di leggerli, motivo per cui si cercherà di ragionare su alcune questioni trasversali e poco legate agli eventi dell’intreccio. Dal punto di vista educativo, ci sono un paio di questioni che appaiono stimolanti per riflettere pedagogicamente attorno alle traiettorie di vita e ad alcune dimensioni biografiche.
Dapprima, la struttura narrativa. Il romanzo di Szalay si avvale di molteplici ellissi tra i momenti della vita del protagonista che ci vengono narrati. Questo meccanismo, oltre a sollecitare il desiderio del lettore di proseguire con il romanzo per comprendere cosa è successo in quell’intervallo di tempo, restituisce anche la sensazione che può provare un operatore o operatrice sociale di fronte alle storie di vita delle persone incontrate nel proprio lavoro. Si tratta, infatti, di un gioco di pieni e di vuoti che richiama quello dell’incontro con l’altro, che non sempre è in grado o ha la volontà di condividere dei passaggi significativi della propria storia. Non soltanto: questo dispositivo permette a chi legge di rendersi conto del meccanismo per cui l’osservatore tende “naturalmente” a procedere con ipotesi proprie di significazione della storia dell’altro, tentando di ricostruire (o di forzare) una coerenza biografica che le contingenze della vita non sempre consentono di rintracciare.
Una seconda riflessione pedagogica può concentrarsi sul posizionamento e sull’agentività del protagonista. Istvàn, infatti, ci appare sovente mosso dagli eventi, e la sua risposta di fronte a questioni esistenziali complesse è spesso composta da una semplice risposta affermativa: “okay”. Si tratta, anche in questo caso, di un’impostazione narrativa che pone molteplici questioni al lettore o alla lettrice, che tenta costantemente di situare le azioni del soggetto entro il continuum della sua storia, ma anche di attribuire un significato soggettivo agli eventi e alle situazioni che egli incontra. Il nostro viene quindi sballottato tra le relazioni, tra gli eventi, tra le proposte, mostrando la fragilità soggiacente di una forma di maschilità tutt’ora diffusa nella contemporaneità che non è stata in grado di costruire una sufficiente alfabetizzazione emotiva e una riflessività sul proprio posto nel mondo, nonché sul proprio desiderio. Saranno proprio quest’ultimo, e la carne che gli dà corpo, a costituire il paradossale veicolo di ascesa sociale e di declino della storia di Istvàn, ancorata a una fatalità degli eventi che restringe le possibilità di vita.
Questo romanzo, se letto con lenti critiche e pedagogiche, risulta quindi una lettura in grado di dare stimoli per chi si occupa del lavoro educativo, insegnando anche a sostare in vicende il cui significato, almeno in una prima fase, può sfuggire, ma che proprio per questo richiedono uno sguardo capace sostare nell’incertezza.
© fotografia: https://thebookadvisor.it/
Il libro è uno di quei romanzi del quale si dovrebbe sapere il meno possibile prima di leggerli, motivo per cui si cercherà di ragionare su alcune questioni trasversali e poco legate agli eventi dell’intreccio. Dal punto di vista educativo, ci sono un paio di questioni che appaiono stimolanti per riflettere pedagogicamente attorno alle traiettorie di vita e ad alcune dimensioni biografiche.
Dapprima, la struttura narrativa. Il romanzo di Szalay si avvale di molteplici ellissi tra i momenti della vita del protagonista che ci vengono narrati. Questo meccanismo, oltre a sollecitare il desiderio del lettore di proseguire con il romanzo per comprendere cosa è successo in quell’intervallo di tempo, restituisce anche la sensazione che può provare un operatore o operatrice sociale di fronte alle storie di vita delle persone incontrate nel proprio lavoro. Si tratta, infatti, di un gioco di pieni e di vuoti che richiama quello dell’incontro con l’altro, che non sempre è in grado o ha la volontà di condividere dei passaggi significativi della propria storia. Non soltanto: questo dispositivo permette a chi legge di rendersi conto del meccanismo per cui l’osservatore tende “naturalmente” a procedere con ipotesi proprie di significazione della storia dell’altro, tentando di ricostruire (o di forzare) una coerenza biografica che le contingenze della vita non sempre consentono di rintracciare.
Una seconda riflessione pedagogica può concentrarsi sul posizionamento e sull’agentività del protagonista. Istvàn, infatti, ci appare sovente mosso dagli eventi, e la sua risposta di fronte a questioni esistenziali complesse è spesso composta da una semplice risposta affermativa: “okay”. Si tratta, anche in questo caso, di un’impostazione narrativa che pone molteplici questioni al lettore o alla lettrice, che tenta costantemente di situare le azioni del soggetto entro il continuum della sua storia, ma anche di attribuire un significato soggettivo agli eventi e alle situazioni che egli incontra. Il nostro viene quindi sballottato tra le relazioni, tra gli eventi, tra le proposte, mostrando la fragilità soggiacente di una forma di maschilità tutt’ora diffusa nella contemporaneità che non è stata in grado di costruire una sufficiente alfabetizzazione emotiva e una riflessività sul proprio posto nel mondo, nonché sul proprio desiderio. Saranno proprio quest’ultimo, e la carne che gli dà corpo, a costituire il paradossale veicolo di ascesa sociale e di declino della storia di Istvàn, ancorata a una fatalità degli eventi che restringe le possibilità di vita.
Questo romanzo, se letto con lenti critiche e pedagogiche, risulta quindi una lettura in grado di dare stimoli per chi si occupa del lavoro educativo, insegnando anche a sostare in vicende il cui significato, almeno in una prima fase, può sfuggire, ma che proprio per questo richiedono uno sguardo capace sostare nell’incertezza.
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