Laura Bertini
Intervista a Laura Bertini - DEASS
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In questa intervista, Laura Bertini, docente-ricercatrice senior SUPSI e responsabile del Centro di documentazione e ricerca sulle migrazioni, affronta le sfide dell’intercultura nel lavoro socioeducativo, evidenziando difficoltà di accesso ai servizi, rischi di stereotipi e ostacoli sistemici. Propone un approccio inclusivo che valorizzi la diversità, sviluppi competenze interculturali nei professionisti e favorisca pratiche innovative capaci di migliorare il benessere comunitario.
Nel corso degli ultimi decenni, il tema dell’incontro culturale si è posto come una delle questioni che interrogano maggiormente il lavoro educativo. Se, a livello scientifico, la riflessione ha visto un alternarsi di modelli concettuali, passando da forme di assimilazionismo all’integrazione, transitando dal multiculturalismo sino alle attuali prospettive interculturali e inclusive, le ricadute operative sono spesso difficoltose, poiché la realtà sociale resta tutt’oggi caratterizzata da molteplici forme di discriminazione e segregazione, nonché dal permanere di pregiudizi e stereotipi dagli esiti educativi. In questo senso, risulta molto complesso e faticoso assumere e promuovere una posizione intermedia rispetto un “universalismo astratto”, che non si cura delle differenze concrete che sostanziano l’esigibilità di pari diritti e la necessità del riconoscimento, e forme di particolarismo esclusivo, che definiscono delle gerarchie sulla base delle caratteristiche (perlopiù) ascritte dei soggetti.
Questa complessità porta dunque al permanere di una serie di criticità nel pensiero e nelle prassi del lavoro socioeducativo. Abbiamo rivolto alcune domande a Laura Bertini, PhD in Scienze umane e sociali presso l’Università di Neuchâtel, docente-ricercatrice senior del DEASS, responsabile dal 2020 del Centro di documentazione e ricerca sulle migrazioni e attiva nella formazione di base e nella formazione continua in Lavoro sociale nell’ambito delle migrazioni.
Questa complessità porta dunque al permanere di una serie di criticità nel pensiero e nelle prassi del lavoro socioeducativo. Abbiamo rivolto alcune domande a Laura Bertini, PhD in Scienze umane e sociali presso l’Università di Neuchâtel, docente-ricercatrice senior del DEASS, responsabile dal 2020 del Centro di documentazione e ricerca sulle migrazioni e attiva nella formazione di base e nella formazione continua in Lavoro sociale nell’ambito delle migrazioni.
Dott.ssa Bertini, quali sono a suo avviso le principali sfide anche deve affrontare l’intercultura oggi rispetto al lavoro socioeducativo?
Il multiculturalismo è un tratto distintivo dell’identità svizzera, eppure ad oggi la nostra società fatica a integrare questa caratteristica a livello di politiche di welfare. Se nel settore sanitario la copertura universale rende chiaro il mandato delle istituzioni di salute pubblica nel curare in maniera equa tutte e tutti i pazienti a prescindere dalle caratteristiche legate al genere, alla lingua, alla situazione economica o allo statuto giuridico, nel settore socioeducativo le sfide sono più complesse. La rete di servizi è molto sviluppata sul nostro territorio e non sono certo le offerte a mancare, tuttavia, bisogna ricordare come la fruizione dei servizi sia possibile solo laddove c’è conoscenza delle possibilità e la capacità di attivazione di quest’ultimi. In che misura il sistema favorisce un accesso inclusivo, al di là delle diverse specificità di ciascuno e ciascuna? Il tema del non ricorso ai servizi, è un esempio della problematicità della logica di attivazione. Le popolazioni vulnerabili, tra cui ci possono essere persone con background migratorio, hanno difficoltà a navigare la rete, così può succedere che per queste persone gli interventi precoci o di prevenzione siano preclusi. Il risultato è il passaggio da situazioni di vulnerabilità sociale a situazioni problematiche e compromesse dove l’intervento al finale deve essere prescritto. I servizi sono quindi confrontati con i casi più difficili, con il rischio che si alimentino dei preconcetti sulla capacità (o incapacità) di resilienza di determinate categorie di persone, perché il contatto avviene prevalentemente in situazioni emergenziali. Un altro esempio, correlato, sono i fenomeni legati alla culturalizzazione delle dinamiche di incontro tra persone con background migratorio e mondo socioeducativo, laddove le persone vengono segnalate ai servizi. In queste situazioni la difficoltà di “aggancio” insieme a stereotipi e pregiudizi reciproci rendono il lavoro molto impegnativo e talvolta logorante. Queste sono a mio avviso oggi le sfide più importanti, delle sfide che toccano il livello professionale e sistemico. In particolare, penso all’ambito della protezione dei minori. Laddove ci sono ostacoli sistemici all’intervento precoce e alla promozione dell’empowerment dei giovani e delle famiglie, le situazioni di vulnerabilità si trasformano in situazioni estremamente complesse che rendono potenzialmente necessario un intervento più oneroso in termini umani, professionali e finanziari.
Il tema dell’intercultura (o della multiculturalità), nel senso comune, resta ancorato all’idea di promozione di forme di convivenza virtuosa tra persone “autoctone” e persone con background migratorio. Qual è la sua interpretazione del concetto di intercultura? Quali direzioni dovrebbe intraprendere il lavoro socioeducativo?
L’approccio interculturale presuppone la creazione di ponti, un processo di incontro e di negoziazione di significati dove sia il “noi” che gli “altri” ne escono trasformati. Il processo interculturale non porta ad abbandonare i propri valori, piuttosto a rendersi consapevoli delle proprie cornici per riuscire a cambiare prospettiva. Significa mettersi in gioco e individuare, talvolta in maniera creativa, delle nuove prassi. Antropologicamente parlando, questo processo è responsabile delle più interessanti innovazioni sociali della storia. La diversità, quando c’è collaborazione, aiuta ad uscire dai propri quadri di riferimento, grazie all’utilizzo del pensiero divergente, migliorando benessere e qualità di vita delle comunità. Nell’ambito socioeducativo, la domanda è in che misura, in una società multiculturale, i professionisti dispongono delle risorse necessarie per lavorare in maniera interculturale e sono legittimati a integrare questo approccio favorendo lo sviluppo e il cambiamento dei nostri sistemi? Attualmente c’è una tendenza a tematizzare la convivenza interculturale in chiave di rischio di conflitto o perdita di identità territoriale, dimenticando il potenziale di sviluppo che rappresenta il riconoscimento della diversità. Lo sguardo cade ancora troppo spesso sulle differenze piuttosto che sulle similitudini tra le persone che, con esperienze di vita, storie e permessi di soggiorno variegati, condividono la realtà e costituiscono la comunità nel suo insieme. Questo si traduce in pratiche socioeducative che potrebbero tendere al conformismo con modelli più o meno immaginari, dei modelli normativi, precludendo visioni innovative, nonché lo sviluppo e l’implementazione di alternative benefiche per tutti i membri della comunità. Stiamo vivendo un continuo ridimensionamento dell’investimento nel sociale, tuttavia, di fronte alle sfide attuali e future della nostra società multiculturale, necessitiamo di professionisti competenti e formati per leggere le nuove situazioni complesse lavorando fra le culture, nel senso più ampio del termine. Il progetto Vivavoce ne è un esempio. Ora arrivato alla seconda edizione, esso promuove una cultura condivisa dell’ascolto del minore in situazione di protezione. L’obiettivo è trovare e generare linguaggi comuni e condivisi tra culture professionali e generazionali per favorire il benessere di minori, famiglie e professionisti. Non dimentichiamo che il lavoro nel settore socioeducativo, specialmente laddove si ha a che fare con reti di servizi articolate e multiculturalità nel senso più ampio, è un lavoro impegnativo e le condizioni talvolta sono così difficili da compromettere il benessere degli stessi operatori. Idealmente però, i professionisti dovrebbero poter fungere da antenne per le istituzioni, favorendo l’ascolto di tutti i membri della società, anche dei più vulnerabili, restituendo una lettura sociologica dei bisogni socioeducativi emergenti e promuovendo le necessarie evoluzioni del sistema di welfare per rispondere alle nuove sfide. Per fare questo si tratta di allenare le competenze interculturali.
La sua visione propone un superamento della dimensione interculturale (nel senso ristretto rivolto cioè solo alle differenze etnico-nazionali) in favore di una prassi inclusiva che riconosca le differenze, ma che non designi o che istituisca un’alterità. Come è possibile curare questa transizione sia rispetto alla relazione, sia rispetto ai contesti?
I malintesi e le sfide comunicative che si giocano a più livelli, interpersonale, comunitario e istituzionale, in questa era della comunicazione, sono un fenomeno paradossalmente sempre presente e preoccupante. Quando ci riferiamo alla comunicazione e alle competenze interculturali in ambito professionale, entrano in gioco tutta una serie di rappresentazioni di senso comune che vedono nell’approccio interculturale una mera apertura verso lo straniero con tutti i posizionamenti morali e politici che ne possono derivare. Tuttavia, se adottiamo una definizione antropologica di cultura e la applichiamo alle società di oggi, ecco che le caratteristiche etnico-nazionali si rivelano come una piccola parte delle appartenenze e delle distinzioni tra le persone. Forse è una delle più visibili d’accordo, ma non per questo la più significativa, tra quelle che hanno un impatto sulla giustizia sociale. Dal mio punto di vista è allora necessario continuare a sviluppare le competenze dei professionisti a lavorare in maniera che definirei più specificatamente inclusiva. Si tratta di allenare la capacità di ciascuno e ciascuna a entrare in relazione con l’altro tenendo sempre presente quali sono i propri quadri di riferimento a più livelli e con la capacità di cogliere e accompagnare l’altro a far emergere i propri. Questo è possibile solo a patto che sia riconosciuto e garantito uno spazio ai professionisti e alle professioniste per poter riflettere e uscire dalle proprie cornici, confrontandosi con la propria identità e alterità. C’è poi l’altro lato della medaglia, o meglio del ponte, per riprendere la metafora interculturale. L’incontro tra operatori e operatrici sociali e le diverse tipologie di popolazioni vulnerabili implica stereotipi e talvolta pregiudizi da entrambe le parti. Anche le rappresentazioni legate al lavoro sociale oggi sono un tema importante che determina la maniera in cui le persone si approcciano o meno ai servizi, specialmente persone che hanno un’esperienza di migrazione alle spalle, ma non solo. Il rischio è infatti quello che da ambo le parti ci siano come detto stereotipi e pregiudizi, che compromettano l’incontro e l’espressione dei bisogni, nonché la progettazione degli interventi in maniera condivisa. Di fronte a percorsi interrotti o situazioni particolarmente complesse, si dimostra allora fondamentale un lavoro di mediazione interculturale in senso ampio che permetta di garantire una partecipazione effettiva, e quindi equità e inclusività del proprio intervento socioeducativo, nel rispetto delle diversità, di qualsiasi genere si tratti. Per dare un esempio concreto di creazione di spazi interculturali, cito il progetto interdisciplinare finanziato da Innosuisse di Community music, Grooving to Grow, che prende avvio in questo mese di ottobre 2025. Si tratta di una sperimentazione promossa dal Deass Lavoro sociale con il Centro di documentazione e ricerca sulle migrazioni e dal Conservatorio della Svizzera italiana in collaborazione con Croce Rossa Sezione del Sottoceneri. Si tratta di un progetto che coinvolge minori stranieri non accompagnati e i loro educatori proponendo dei programmi di musica comunitaria. Queste attività rappresentano uno spazio di interazioni con dinamiche alternative al quotidiano, dove operatori e utenti creano e sperimentano attività culturali musicali accompagnati da musicisti professionisti, con l’obiettivo di migliorare le relazioni significative. In questi spazi creativi e artistici l’obiettivo è di scomporre e ricomporre le dinamiche comunicative, ponendo le basi per un ascolto reciproco diverso. Spazi creativi, spazi informali o spazi formativi, sono tutti luoghi che permettono il decentramento e, se accompagnati da momenti di riflessione sulle pratiche, hanno il potenziale di migliorare la qualità dei servizi e il benessere sia dei professionisti e delle professioniste, sia delle popolazioni con cui si interfacciano al quotidiano.