Cooperazione e sviluppo
CAS WASH: Tra cooperazione e formazione - Blog Formazione continua
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In occasione della giornata mondiale dei diritti umani, celebrata ieri, condividiamo oggi un articolo che riflette sul diritto fondamentale all'acqua potabile, una sfida globale affrontata attraverso formazione e cooperazione internazionale
Ci sono diritti che sembrano ovvi solo fino a quando non li vediamo negati. L’acqua, fonte di vita e di equilibrio per le comunità umane e per gli ecosistemi, è tra questi. Nella giornata mondiale dei diritti umani, questo articolo non vuole essere solo un resoconto di dati, ma un viaggio attraverso storie, tecnologie e sfide che raccontano come l’accesso all’acqua potabile sia una questione che riguarda tutti noi.
Da un lato, le città europee e nordamericane vantano un accesso quasi universale, con il 96% della popolazione che usufruisce di servizi sicuri. Dall’altro, nell'Africa subsahariana, meno del 30% della popolazione ha accesso a questa risorsa. ll rapporto The State of the World’s Drinking Water di UNICEF, Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e Banca Mondiale, infatti, ci mostra con chiarezza l’altra faccia della medaglia: due miliardi di persone restano escluse, e, più di quattro miliardi utilizzano servizi igienici inadeguati.
Immaginate una giornata qualsiasi in un villaggio dell’Africa subsahariana, dove l’accesso all’acqua potabile è un privilegio riservato a pochi. Qui, donne e bambine percorrono chilometri sotto un sole implacabile per raggiungere un pozzo o una fonte d’acqua, che spesso è contaminata. È una routine che scandisce le loro vite e ne limita le opportunità: ogni ora trascorsa a raccogliere acqua è un’ora sottratta alla scuola, al lavoro, alla possibilità di costruirsi un futuro diverso. In Asia meridionale, intere comunità dipendono da fonti idriche condivise, lontane e insufficienti per tutti.
In Africa orientale, il problema sembra quasi paradossale: l’acqua c’è, ma è nascosta nelle profondità del terreno, irraggiungibile senza tecnologie avanzate. In altre aree, come il Tagikistan o lo Yemen, è il cambiamento climatico a complicare il quadro: siccità prolungate e inondazioni devastano le fonti idriche, rendendo la vita delle comunità sempre più insostenibile.
Senza acqua, le colture si seccano, i bambini si ammalano e le bambine, che spesso portano sulle loro spalle il compito di raccogliere l’acqua, abbandonano la scuola. È un circolo vizioso che colpisce i più vulnerabili e perpetua la povertà. Ogni anno, le malattie legate all’acqua non potabile causano 297.000 morti tra i bambini sotto i cinque anni. Gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite richiedono un quadruplicamento degli investimenti e una migliore cooperazione internazionale. Bisogna creare infrastrutture resilienti, formare esperti locali e promuovere politiche inclusive che non lascino indietro nessuno.
Da un lato, le città europee e nordamericane vantano un accesso quasi universale, con il 96% della popolazione che usufruisce di servizi sicuri. Dall’altro, nell'Africa subsahariana, meno del 30% della popolazione ha accesso a questa risorsa. ll rapporto The State of the World’s Drinking Water di UNICEF, Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e Banca Mondiale, infatti, ci mostra con chiarezza l’altra faccia della medaglia: due miliardi di persone restano escluse, e, più di quattro miliardi utilizzano servizi igienici inadeguati.
Immaginate una giornata qualsiasi in un villaggio dell’Africa subsahariana, dove l’accesso all’acqua potabile è un privilegio riservato a pochi. Qui, donne e bambine percorrono chilometri sotto un sole implacabile per raggiungere un pozzo o una fonte d’acqua, che spesso è contaminata. È una routine che scandisce le loro vite e ne limita le opportunità: ogni ora trascorsa a raccogliere acqua è un’ora sottratta alla scuola, al lavoro, alla possibilità di costruirsi un futuro diverso. In Asia meridionale, intere comunità dipendono da fonti idriche condivise, lontane e insufficienti per tutti.
In Africa orientale, il problema sembra quasi paradossale: l’acqua c’è, ma è nascosta nelle profondità del terreno, irraggiungibile senza tecnologie avanzate. In altre aree, come il Tagikistan o lo Yemen, è il cambiamento climatico a complicare il quadro: siccità prolungate e inondazioni devastano le fonti idriche, rendendo la vita delle comunità sempre più insostenibile.
Senza acqua, le colture si seccano, i bambini si ammalano e le bambine, che spesso portano sulle loro spalle il compito di raccogliere l’acqua, abbandonano la scuola. È un circolo vizioso che colpisce i più vulnerabili e perpetua la povertà. Ogni anno, le malattie legate all’acqua non potabile causano 297.000 morti tra i bambini sotto i cinque anni. Gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite richiedono un quadruplicamento degli investimenti e una migliore cooperazione internazionale. Bisogna creare infrastrutture resilienti, formare esperti locali e promuovere politiche inclusive che non lascino indietro nessuno.
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L’accesso all'acqua potabile non è solo una questione di ingegneria: è anche una sfida culturale ed etica.
Claudio Valsangiacomo
Scopri di piùÈ in quest’ottica che nel 2018 la Formazione continua SUPSI dà vita al CAS WASH (acronimo di Water Sanitation and Hygiene for humanitarian and developing contexts), per formare professioniste e professionisti che riescano a garantire l’accesso all’acqua potabile a centinaia di migliaia di persone.
Come ci racconta Claudio Valsangiacomo, responsabile del CAS, la gestione di una crisi umanitaria richiede competenze che vanno ben oltre le capacità tecniche: capacità di mediazione, adattamento a contesti inaspettati e la sensibilità di saper dialogare con le autorità locali e affrontare infrastrutture precarie sono imprescindibili. È per questo che, all’interno del CAS, le e i partecipanti affrontano un modulo in presenza che simula una situazione di emergenza in cui dover garantire l’accesso all’acqua potabile a migliaia di persone.
Chiediamo a Claudio di descrivere una giornata tipo durante la settimana di simulazione del CAS WASH: “La giornata inizia già a colazione, e da quel momento trascorriamo insieme ventiquattr’ore su ventiquattro per dieci giorni consecutivi. Lavoriamo sul campo durante il giorno, ma condividiamo anche momenti di vita quotidiana: i partecipanti cucinano le loro specialità, un giorno si mangia pakistano, un altro la paella”.
Claudio stesso, che si è avvicinato al tema dell’acqua potabile e delle emergenze idriche già nel lontano 1999, e ha partecipato a oltre quaranta missioni umanitarie con il Corpo svizzero di aiuto umanitario, sottolinea quanto sia anche per lui un’occasione di apprendimento: “In ogni modulo in presenza imparo nuove cose dai nostri partecipanti. Ogni modulo in presenza è una scoperta. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare dai partecipanti: una tecnica diversa, una soluzione a cui non avresti pensato, o un approccio inedito”.
La multiculturalità del gruppo arricchisce ogni aspetto dell’esperienza, come spiega Claudio. La diversità, infatti, non si riflette solo a tavola, ma anche nella ricchezza delle lingue parlate, delle culture rappresentate e del rispetto reciproco che anima il gruppo: “Quello che è entusiasmante è vedere lo scambio di conoscenze fra partecipanti che vengono da ogni parte del mondo, da ogni situazione umanitaria e di cooperazione di contesti simili, ma diversi... Da ogni modalità di approccio alle problematiche legate all’accesso dell’acqua impariamo sempre nuove conoscenze e competenze, ma anche possibilità tecnologiche o approcci nuovi di tipo sociale e antropologico”. Perché l'accesso all’acqua non è solo una questione di ingegneria, ma è anche una sfida culturale ed etica.
Come ci racconta Claudio Valsangiacomo, responsabile del CAS, la gestione di una crisi umanitaria richiede competenze che vanno ben oltre le capacità tecniche: capacità di mediazione, adattamento a contesti inaspettati e la sensibilità di saper dialogare con le autorità locali e affrontare infrastrutture precarie sono imprescindibili. È per questo che, all’interno del CAS, le e i partecipanti affrontano un modulo in presenza che simula una situazione di emergenza in cui dover garantire l’accesso all’acqua potabile a migliaia di persone.
Chiediamo a Claudio di descrivere una giornata tipo durante la settimana di simulazione del CAS WASH: “La giornata inizia già a colazione, e da quel momento trascorriamo insieme ventiquattr’ore su ventiquattro per dieci giorni consecutivi. Lavoriamo sul campo durante il giorno, ma condividiamo anche momenti di vita quotidiana: i partecipanti cucinano le loro specialità, un giorno si mangia pakistano, un altro la paella”.
Claudio stesso, che si è avvicinato al tema dell’acqua potabile e delle emergenze idriche già nel lontano 1999, e ha partecipato a oltre quaranta missioni umanitarie con il Corpo svizzero di aiuto umanitario, sottolinea quanto sia anche per lui un’occasione di apprendimento: “In ogni modulo in presenza imparo nuove cose dai nostri partecipanti. Ogni modulo in presenza è una scoperta. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare dai partecipanti: una tecnica diversa, una soluzione a cui non avresti pensato, o un approccio inedito”.
La multiculturalità del gruppo arricchisce ogni aspetto dell’esperienza, come spiega Claudio. La diversità, infatti, non si riflette solo a tavola, ma anche nella ricchezza delle lingue parlate, delle culture rappresentate e del rispetto reciproco che anima il gruppo: “Quello che è entusiasmante è vedere lo scambio di conoscenze fra partecipanti che vengono da ogni parte del mondo, da ogni situazione umanitaria e di cooperazione di contesti simili, ma diversi... Da ogni modalità di approccio alle problematiche legate all’accesso dell’acqua impariamo sempre nuove conoscenze e competenze, ma anche possibilità tecnologiche o approcci nuovi di tipo sociale e antropologico”. Perché l'accesso all’acqua non è solo una questione di ingegneria, ma è anche una sfida culturale ed etica.
Aggregatore Risorse
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- Modalità da definire
- 13 febbraio 2025
- Frequenza da definire
- Mendrisio, Campus SUPSI
- 12.0 ECTS
- 120 ore-lezione